Negli ultimi decenni le nostre citta’ anche in Lomellina hanno subito radicali cambiamenti. Cambiamenti che costano a tutti i cittadini ma che i bambini pagano di piu’. Nella nuova citta’ i bambini hanno perso il loro spazio e il loro tempo. Gli spazi dei bambini, in casa e fuori, sono stati sempre gli spazi non utilizzati, anche provvisoriamemente, dagli adulti, come i cortili, le scale, le aree non costruite, i cantieri dimessi, i marciapiedi, le piazze. Questi spazi non erano dei bambini, o per loro, ma potevano da loro essere utilizzati quando gli adulti li lasciavano liberi. L’uso di questi spazi avveniva nel “tempo libero”, un tempo dei bambini una volta assolti i doveri della scuola ed eventuali faccende domestiche. Era un tempo che poteva essere amministrato con liberta’ e autonomia, senza il controllo degli adulti, purche’ si rispettassero alcune regole di orario, distanza, pericolo ecc. In questo tempo e in questi spazi i bambini vivevano le loro esperienze di gioco, di avventura, di esplorazione. Una componente importante di queste esperienze era il rischio, l’eccitazione di provare sempre qualcosa di nuovo, di allargare lo spazio, di forzare i vincoli e le regole imposti dagli adulti. Cosi’ i bambini diventavano donne e uomini adulti, in queste esperienze, molto precoci, di gioco e di scoperta si mettevano le fondamenta che avrebbero dovuto reggere tutto lo sviluppo successivo.
La ricerca scientifica dimostra che, prima che un bambino entri in un aula scolastica, le cose piu’ importanti sono gia successe, gli apprendimenti piu’ significativi, quelli sui quali tutta la conoscenza successiva dovra’ costruirsi, o sono gia’ acquisiti o difficilmente potranno essere recuperati.
Come si puo’ spiegare un fenomeno cosi’ sconcertante? Nei primi anni di vita non ci sono insegnanti, non si usano materiali didattici e non si fanno programmi: e allora a cosa possiamo attribuire il merito di una crescita cosi’ grande? Noi pensiamo al .. gioco. Perche’ il bambino vive nel gioco un’esperienza rara nella vita di un uomo, quella di confrontarsi da solo con la complessita’ del mondo. Lui, con tutte le sue curiosita’, con tutto quello che sa e che sa fare , e con tutto quello che non sa e che desidera sapere, di fronte al mondo con tutti i suoi stimoli, le sue novita’, il suo fascino.
E giocare significa ritagliarsi ogni volta un pezzetto di questo mondo: un pezzetto che comprendera’ un amico, degli oggetti, delle regole, uno spazio da occupare, un tempo da amministrare, dei rischi da correre. Con una librta’ totale, perche’ quello che non si puo’ fare o non e’ disponibile lo si puo’ inventare. E nessun adulto potra’ prevedere o misurare la quantita’ di apprendimento di un bambino che gioca.
Nessuno potra’ programmare o accelerare questo processo, pena impedirlo o impoverirlo. Usa il motore piu’ potente che l’uomo conosca: il piacere. Con la scuola la complessita’ del mondo reale viene sostituita con quella piu’ controllabile della proposta didattica, dell’esercizio, del libro di testo. In genere il risultato e’ povero, quasi sempre inferiore alle aspettative. La scuola perso il rapporto con il piacere e deve ricorrere ad un motore meno potente ed efficace, quello del dovere.
Nella citta’ la presenza delle auto e il pericolo che queste rappresentano hanno privatizzato gli spazi pubblici e li hanno resi impraticabili per i pedoni. L’assenza di persone che passeggiano, che stanno all’aperto, rendono gli spazi pubblici meno sicuri. La somma di queste condizioni negative costringe i bambini in casa o in luoghi protetti e sotto la sorveglianza degli adulti. Il loro tempo libero e’ stato sostituito dal tempo, sempre piu lungo, passato in casa grazie alla televisione e ai videogiochi e dalle tante scuole pomeridiane, interessanti per la varieta’ dei temi offerti, ma sempre scuole e sempre con adulti che insegnano, controllano, garantiscono.
Nascono cosi’ spazi specializzati e dedicati ai bambini: la cameretta in casa, il giardinetto fuori, e poi il nido, le colonie, la ludoteca. Ma al bambino non piace stare nella sua cameretta, preferisce stare in cucina a “dar fastidio” alla mamma, cosi’ come non gli piace il giardinetto dove si possono fare solo i giochi previsti e dove bisogna andare accompagnati dagli adulti. Sono spazi che rispondono piu’ alle esigenze di sicurezza e di tutela degli adulti che ai bisogni del bambino.E’ interessante notare come la mobilita’ dei bambini sis sia notevolmente ridotto soprattutto per il rischio delle automobili. La maggiore liberta’ dei padri viene quindi pagata da una maggiore prigionia dei figli.
Sempre meno bambini vanno a scuola da soli, possono attraversare la strada, recarsi da soli nei luoghi di svago. Queste operazioni semplici vengono vissute con l’accompagnamento e la responsabilità’ dell’adulto. Diminuisce cosi’ significativamente l’opportunita’ di operare scelte autonome e questo crea un rallentamento del processo di crescita del bambino, perche’ non possono svilupparsi in lui gli apprendimenti di base delle caratteristiche spaziali dell’ambiente e i comportamenti che garantiscono l’indipendenza.
Non e’ un lusso, il principale problema dei bambini e’ quello di diventare grandi e per diventarlo hanno bisogno di compiere un loro percorso di autonomia, di uscire da casa da soli, di scegliersi i compagni di gioco, di espandere i loro mondi, di scoprire, di rischiare, di stupirsi,, di superare gli ostacoli, di riorientarsi.
Tutte cose che non si possono fare con un adulto che accompagna, che vigila, e quindi limita. Di questi bisogni, che pure sono stati la spinta per la costruzione delle fondamenta di tutto il loro sviluppo cognitivo, sociale,affettivo, creativo, gli adulti hanno perso memoria e, di fronte alle difficolta’ reali che oggi una realtà presenta, finiscono per esprimere pareri del tipo “Sarebbe bello ..pero’…”, li considerano dei lussi piu’ che delle necessita’ irrinunciabili.
Se si capisse che un bambino senza la possibilità’ di sperimentare la sua autonomia non puo’ diventare grande si lavorerebbe in conseguenza. Averli dimenticati ha portato le citta’ ad uno sviluppo folle, totalmente incapace di dare risposte ai bisogni dei cittadini e alle stesse esigenze della citta’: e’ difficile muoversi a piedi e in bicicletta , l’aria e’ inquinata, il rumore e’ eccessivo, i monumenti si corrompono, la gente ha paura ,molti si muovono in automobile, gli altri restano chiusi in casa.
Come associazione culturale Il villaggio di Esteban ci siamo posti il problema di come fare per migliorare la nostra citta’, le nostre citta’, per ridarle ai bambini, per fare in modo che anche loro posano usarle, possano abitarle,possano percorrerle. Dare la citta’ ai bambini significa assumere i loro bisogni attuali, da bambini, come criteri di cambiamento della citta’, nella certezza che se una citta’ sapra’ rispettare i bisogni dei bambini avra’ dato risposte positive ai bisogni di tutti i cittadini.
Quindi non altri, o non solo altri spazi per i bambini, ma la citta’ per loro, come per noi e insieme a noi riconoscendoli loro diritto e dovere di cittadinanza. Sie’ detto che i bambini hanno bisogno di muoversi da soli per raggiungere la scuola, i luoghi di gioco, i negozi, Per renderlo possibile dobbiamo diminuire il pericolo del traffico urbano e aumentare la responsabilita’ di tutti a difesa dei piu’ deboli.
Queste cose sono possibili. Si puo’ fare in modo che dentro le citta’ e i quartieri il traffico si sviluppi rispettando una priorita’ pedonale, che i percorsi pedonali siano protetti. Gli spazi saranno non solo per i bambini, ma saranno spazi condivisi, di incontro, e non di separazione, di solidarieta’ e non di rivendicazione. Saranno spazi pubblici, gli spazi di cui deve essere composta una citta’. Saranno spazi sicuri non perche’ tutelati e difesi da recinzioni, vigilantes o semplicemente dai genitori, ma proprio perche’ condivisi.. Tutti oggi ritengono che le citta’ saranno piu’ sicure se aumentano i vigili, ,le telecamere. Riteniamo invece che la presenza delle persone, la partecipazione sociale, l’occupazione degli spazi, ridando loro un ruolo pubblico e sociale, fara’ la sicura la citta’. La presenza dei bambini nelle strade, nelle piazze, nei giardini,costringera’ gli adulti e non semplicemente i loro genitori, ad una maggiore attenzione e assunzione di responsabilità.
I bambini avranno allora riconosciuto il diritto di ritrovare il loro tempo libero, di percorrere la loro citta’ che tornera’ ad essere uno spazio anche per loro, incontrandosi con gli altri, approfittando delle diversita’, delle difficolta’,delle solidarieta’.
Pensiamo sia possibile aprire anche a Mortara un dibattito su di una nuova cultura per l’adolescenza. Questo in fondo e’ il problema piu’ vero. Per gli adulti i bambini valgono per quello che saranno. Di loro si dice che sono i “futuri” cittadini, sono il “futuro” della nostra societa’, che debbono prepararsi al domani”, anche a costo di sacrifici, di apprendimenti apparentemente inutili e comunque non comprensibili e non desiderati., Essi hanno diritto al futuro ma sono privati del presente. Non sono riconosciuti come cittadini oggi, nonostante i dieci anni passati dalla firma della Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
Assumere i bambini come parametri di cambiamento significa modificare la cultura dell’infanzia della nostra societa’, riconoscendo loro il diritto ad essere se stessi oggi, con i loro bisogni, desideri e capacita’ attuali. Questa e’ una sfida molto alta, perche’ ci costringe a rivedere profondamente le nostre convinzioni. Questo significa che dobbiamo dare la parola ai bambini, coinvolgerli in esperienze di partecipazione attiva al cambiamento della città.