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ESTEBAN N. 8  (marzo 2011):

L'editoriale:
copertina esteban n. 8“L'uomo non capisce che le città che crea non diventano parte integrante della natura... e che se vogliamo difendere la nostra cultura da lupi, tormente ed erbacce, non possiamo permetterci di lasciare il fucile, la vanga o la ramazza. Basta uno sbadiglio, bastano un paio d'anni di distrazione, e addio: i lupi escono
dai boschi, i cardi avanzano, la città sparisce sotto una
coltre di neve e di polvere...”
Vasilij Grossman, Vita e destino)

Esteban prosegue in questo numero il discorso iniziato in quello scorso (qualche mese fa, in effetti, come avranno notato i pochi che attendono con ansia ogni tre mesi le sue uscite. Del resto, come dice il nome stesso, il Villaggio di Esteban non è situato in un cantone svizzero, e i tempi di Esteban si avvicinano certo di più a standard caraibici). Nel numero scorso, se qualcuno se ne fosse già dimenticato, Esteban ha voluto parlare del fare cultura in piccoli centri, lontano dalle grandi metropoli, quelle che dovrebbero dettare i costumi culturali, e spesso indipendentemente da queste, trovando vie autonome e originali. Allora Esteban aveva voluto incontrare alcune associazioni, dalla Lombardia alla Liguria e aveva fatto raccontare a loro la propria storia. In questo numero, invece a parlare saranno le istituzioni, necessario contraltare ed interlocutore di chi lavora e vive sul territorio.
Esteban ha voluto così incontrare prima di tutto l'assessore alla cultura del comune di Mortara, Fabio Rubini, che gli ha concesso una lunga intervista in cui si è parlato del ruolo di un assessorato alla cultura, di che idea di cultura viene sostenuta, quali i criteri con cui l'Assessorato si muove e si pone di fronte alle esigenze e alle domande della città. E anche di progetti per il futuro.
Con questo Esteban non intende chiudere il discorso; ternerà sull'argomento nei prossimi numeri, anche con le considerazioni che i lettori vorranno proporre.
Intanto Esteban prende atto che l'offerta culturale a Mortara, ed in generale in Lomellina, è sicuramente cresciuta, rispetto al passato anche recente, anche se tanti anni di deserto hanno comunque lasciato un segno. Questa è sicuramente una cosa buona, anche se, spesso, quando si parla di cultura sembra che si intenda solo fruizione di spettacoli, che finiscono oltretutto con il rivolgersi sempre allo stesso pubblico, che non comprende generalmente il pubblico più giovane. Mentre Esteban fa notare che, ad esempio, cultura è anche incontro, socializzazione, per dirla con una brutta parola, e l'idea di togliere non solo piante, ma anche panchine da una piazza non sembra esattamente favorire il contatto, lo scambio, l'interazione tra le persone, che poi sarebbe uno dei motivi per cui in una città si mettono le piazze.

Ma in questo numero Esteban vi porta anche in altri luoghi e vi fa conoscere nuovi amici. Vi accompagna alla scoperta della musica e della cultura tradizionale popolare, con il primo di una serie di articoli proposti da Raffaele Nobile, violinista e compositore, che da anni si occupa di ricerca, riproposta ed elaborazione della musica etnica, in particolare dell'Oltrepo Pavese, attraverso spettacoli, concerti, iniziative editoriali e radio televisive.
E poi vi farà incontrare tanti nuovi poeti. Dalla Romania, con tre poeti sconosciuti in Italia: un classico dell'ottocento e due giovani poeti contemporanei presentati e tradotti dal nostro Danut Gradinaru, al Salento con la voce intrigante di Daniela D'Errico, che speriamo vorrà venire a trovarci ancora su queste pagine in futuro. E ancora da Pavia con il Gruppo H5N1.
Buona lettura.

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Gli altri numeri di Esteban:

       esteban n. 0:                     esteban n. 1:                              esteban n. 2:                                esteban n. 3:      

copertinaEsteban n.0          COPERTINA ESTEBAN N. 1           copertina esteban n. 2           copertina Esteban n. 3

        esteban n. 4:                              esteban n. 5:                           esteban n. 6:                                  esteban n. 7:

copertina estaban 4           copertina esteban 5       copertina esteban 6        copertina esteban n. 7

ESTEBAN  n. 0  (estate 2008)

L'editoriale:

Credevo fosse uno sprazzo, era invece un inizio”
Andrea Pazienza, Le straordinarie avventure di Pentothal

L'inizio, prima di diventare avvenimento storico, è la suprema capacità dell'uomo; politicamente si identifica con la libertà umana. Initium ut esset, creatus est homo: affinchè ci fosse un inizio, è stato creato l'uomo, dice Agostino. Questo inizio è garantito da ogni nuova nascita; è in verità ogni uomo.”
Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo


Due citazioni eterogenee e forse un po' eccessive, ma per dire che IL VILLAGGIO DI ESTEBAN per noi è stato questo, un inizio, nato dall'amicizia di alcune persone che hanno voluto provare a confrontarsi con la realtà, partendo anche da posizioni diverse, ma con una curiosità ed un desiderio comune di capire, incontrare, raccontare, di continuare a farsi domande, di non diventare mai quelle persone tranquille che il mondo, e un po' anche l'età, vorrebbero che fossimo.
Probabilmente non abbiamo fatto grandi cose, e forse non siamo neppure tanto colti ed intelligenti, ma crediamo che il fatto stesso di generare qualcosa sia il sintomo di una società sana ed un atto di fiducia nelle possibilità dell'uomo.
Siamo persone che ci provano; il nostro sogno è che tanti altri ne sentano il bisogno, e abbiano sempre la possibilità di farlo.
Abitiamo in Lomellina, una terra che vediamo diventare sempre più periferia della metropoli lombarda, per quanto riguarda l’inquinamento, le ceneri, le industrie nocive, le infrastrutture pesanti che sconvolgono paesaggio, agricoltura e territorio. Le nostre città’ soprattutto attorno a Mortara sono ormai diventate quartieri per dormire; giovani e non, studenti e lavoratori le abbandonano in gran numero la mattina presto , per farvi ritorno la sera: troppo stanchi per vivere la città, per provare a raccontare o a raccontarsi, spesso prede delle maglie accattivanti ma inquietanti della televisione. Anche il clima non aiuta la socialità e da sempre il lomellino viene considerato un tipo chiuso e asociale.

Nel regno delle merci e del consumo nascono e crescono unicamente ipermercati mentre i progetti culturali sono limitati e poco strutturati. Non e’ facile dunque fare cultura in questa realtà ma ci vogliamo provare.
Per cultura intendiamo la voglia di capire quello che succede intorno a noi, incontrare e rappresentare altre realtà, superare lo status quo dell’esistente, promuovere quelle idee e quei bisogni che la cultura ufficializzata non considera.
E infine trovare altre strade rispetto ad una civiltà che ha troppo insistito sull’efficienza, sull’importanza di produrre, svalutando nella vita delle persone il tempo qualitativo, il tempo delle imprese e delle avventure non monetizzabili, il tempo dell’amore, del fare collettivo, il tempo della riflessione.

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ESTEBAN  n. 1  (autunno 2008)

L'editoriale:

Mai come oggi si è parlato tanto di civiltà e di cultura, quando è la vita stessa che ci sfugge. E c'è uno strano parallelismo fra questo franare generalizzato della vita, che è alla base della demoralizzazione attuale, e i problemi di una cultura che non ha mai coinciso con la vita, e che è fatta per dettare legge alla vita. Prima di riparlare di cultura, voglio rilevare che il mondo ha fame, e che non si preoccupa della cultura; solo artificialmente si tende a stornare verso la cultura dei pensieri che si rivolgono verso la fame. La cosa più urgente non mi sembra dunque difendere una cultura, la cui esistenza non ha mai salvato nessuno dall'ansia di vivere meglio e di avere fame, ma estrarre da ciò che chiamiamo cultura, delle idee la cui forza di vita sia pari a quella della fame. Abbiamo soprattutto bisogno di vivere, e di credere in ciò che ci fa vivere e che qualcosa ci fa vivere – ciò che proviene dal fondo misterioso di noi stessi non deve continuamente riversarsi su di noi in un travaglio volgarmente digestivo. Voglio dire che se è essenziale per noi tutti mangiare subito, è per per noi ancora più essenziale non dissipare nell'unica preoccupazione di mangiare la forza del semplice fatto di avere fame. Se il segno dei tempi è la confusione, vedo alla base di tale confusione una frattura fra le cose, e le parole, le idee, i segni che le rappresentano ...Il teatro, che non risiede in niente di specifico, ma si serve di tutti i linguaggi (gesti, suoni, parole, fuoco, grida) si ritrova esattamente al punto in cui lo spirito ha bisogno di un linguaggio per manifestarsi
Antonin Artaud


Il primo vero numero uno di Esteban, dopo la prova del numero zero, abbiamo voluto dedicarlo in gran parte al teatro. Per cui non potevamo non partire da Antonin Artaud, che, come tutti i maestri, riesce a svelare un po' di più anche a noi stessi il senso delle cose che facciamo.

Difficile spiegare perchè siamo partiti dal teatro. Ci ha incuriosito il fatto che tanta gente abbia sentito il bisogno di avvicinarsi al teatro, nel senso di praticarlo, magari da dilettanti, ma volendo mettersi in gioco personalmente. C'è una scena pavese in movimento, già da alcuni anni. Diverse piccole compagnie si sono fatte spazio.

Apre la scuola di recitazione del teatro Fraschini, si sviluppano realtà come l'associazione teatrale InScenaVeritas e Motoperpetuo affiancate da compagnie sia della città sia della provincia. Questa voglia di crescita ha portato alla creazione di un coordinamento provinciale delle compagnie teatrali chiamato “la scena giovane” in collaborazione anche con il Comune e l'Università. A corollario di questo movimento nasce l'omonima rassegna teatrale, si organizzano convegni per capire meglio tale la realtà nascente e il 27 giugno di quest'anno, presso l'associazione Artemista di Spessa Po, è stato presentato ufficialmente un nuovo progetto che prevede la creazione dell'Agenzia per i servizi teatrali della provincia di Pavia.

Il teatro a Pavia sta rinascendo. Il cammino è ancora lungo, ma i teatranti hanno la forza sufficiente per affrontarlo fino ad affermarsi. Tra le compagnie del territorio, oltre quelle già citate, troviamo "La Scena" di Vigevano, "Aranda in Terranomade", "Cantieri Nomadi" e Teatro della Mostiola"di Pavia e molte altre, tra cui quelle che incontreremo in questo numero.

Non vogliamo fare grandi discorsi sul teatro; semplicemente, nello spirito di questo giornale che vuol essere incontrare persone e realtà diverse, ci siamo fatti raccontare da alcuni amici le loro esperienze e la loro passione. Si parlerà di teatro fatto dalla scuola per la città proposto da Elisabetta Carlucci e da Gianna Zoia, del teatro d’autore che nasce dall’infanzia raccontato da Lella Carisio e ancora della teatralita’ scenica del teatro dei kletzmorim interpretato da Cinzia Bauci e Pierantonio Gallesi. In più inizieremo a parlare di teatro popolare, raccontato dall’infaticabile Marco Savini.

Parlando di teatro non si può evitare almeno un accenno, anche se il discorso meriterebbe ben altro spazio, alla annosa questione del Teatro Comunale di Mortara, in stato di abbandono ormai da troppo tempo. Diciamo solo questo: girando per tanti paesi grandi o piccoli non è infrequente imbattersi in teatri, a volte anche piccolissimi, spesso ristrutturati di recente e funzionanti. Una comunità è fatta di persone, ma necessita anche di luoghi e spazi che riconosca come propri, che diventino luoghi privilegiati di scambio di incontro. Lanciamo solo questo piccolo appello e invitiamo i lettori ad esprimersi sul nostro giornale su questo tema. Inoltre da questo numero vogliamo proporre alcune rubriche che diventeranno più o meno fisse. Le rubriche sono aperte alla collaborazione di tutti i lettori : vi invitiamo ad inviare i vostri contributi sui temi trattati oppure a proporne di nuovi. La nostra intenzione è che Esteban diventi un luogo libero di discussione e confronto.

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ESTEBAN  n. 2  (inverno 2008)

L'editoriale:

Un popolo è noto non per le dichiarazioni ufficiali
o le statistiche, bensì per le storie che racconta.
(Flannery O'Connor)

Il giorno in cui qualcuno ti racconterà la
tua storia, saprai che sei stato perdonato.
(Baal Shem Tov)

Esteban ama l'inverno perchè è il tempo migliore per le storie. Per sedersi ad ascoltarle, per narrarle agli altri, per leggersele o inventarsele da soli.
Prima di tutto Esteban ama le storie, ama sentire raccontare le storie dei vecchi, ama rubare di nascosto i brandelli di storie che la gente si racconta sui treni o per strada. (in effetti, se lo incontrate, state attenti e parlate sottovoce) per poi magari finirsele da solo.
Ama le storie perchè sa che per conoscere la realtà è necessario narrarla. Perché pensa che il mondo sia una storia che Dio racconta continuamente.
Perché, una volta raccontate, le storie poi se ne vanno in giro da sole, come bambine cattive e si finisce a ritrovarle ovunque, a cercare altre voci per farsi di nuovo raccontare.
Perché è veramente una sfiga quando di storie non ce n'è più, o meglio non si riesce più a trovarne, quando sembra che il mondo abbia smesso di raccontarcele. Quando effettivamente non sono più le storie a parlarci di noi, ma solo le statistiche e i bollettini.
Così ha deciso di dedicare buona parte di questo numero della sua rivista, che dovrebbe farci compagnia in questi mesi invernali, al racconto, alle storie scritte. E, come sua abitudine, ha chiesto aiuto ai suoi tanti amici: a quelli che in qualche modo curano un rapporto privilegiato con la scrittura, ma anche a chi non c'aveva mai pensato prima. Come al solito ad Esteban non interessa la perfezione, ma solo la voglia di condividere qualcosa con gli altri, di tornare a parlarsi e ad ascoltarsi:
Su questo numero ci hanno raggiunto nuovi amici: Esteban saluta e ringrazia e invita nuovamente tutti a collaborare


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ESTEBAN N. 3  (primavera 2009):
L'editoriale:

Voi domandate se i vostri versi siano buoni.... Nessuno vi può consigliare e aiutare, nessuno.
C'è una sola via. Penetrate in voi stesso. Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s'essa estenda le sue radice nel più profondo luogo del vostro cuore, confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell'ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v'è concesso affrontare questa grave domanda con un forte e semplice “debbo”, allora edificate la vostra vita secondo questa necessità.

(Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta)

Siamo arrivati al numero di primavera: Esteban ha voluto dedicarlo ad una delle attività umane che nessun gruppo umano ha mai potuto evitare: quella di scrivere poesia. Ovvero quella di raccontare il mondo, se stessi o che altro inventando immagini e rivestendole di ritmo cercando di svelare cosa si nasconde sotto le cose.
Del resto chi conosce la sua storia, sa che anche lui è stato svelato, riportato alla luce dal lavoro amorevole di mani che a poco a poco scoprivano la sua bellezza. Perchè qualcuno aveva intuito che sotto quelle incrostazioni salmastre si nascondeva qualcosa di prezioso. E dunque come non potrebbe amare chi si sforza di scoprire tracce di bellezza in un mondo come il nostro sempre più perso in paura e grettezza?
Esteban sa che la poesia è duro esercizio, ma si ostina nella sua convinzione che comunque non tutto deve essere lasciato nelle mani degli specialisti.
E così ha deciso di ospitare tanti poeti, a cui ha chiesto anche di raccontarci del loro rapporto con la poesia, dei motivi del loro scrivere; nelle pagine del giornale trovate alcuni dei loro contributi. Qualcuno di loro ha già pubblicazioni alle spalle, altri no, alcuni sono sicuramente più bravi, e magari scrivono da anni, altri hanno invece sempre scritto solo per loro stessi. Poi ci sono quelli le cui poesie si sono stancate di stare ad aspettare chiuse nelle pagine di un libro e hanno voluto offrirsi sui muri delle nostre città, per farsi incontrare da noi passanti distratti. È quello che ha fatto il Gruppo H5N1 di Pavia, una esperienza che ha sempre affascinato Esteban. A lui ha ricordato un vecchio libro di Jacques Attali, dove invitava a sovvertire il senso solito delle cose, usandole per scopi diversi dai quelli per cui sono state concepite, ad esempio le banconote per scriverci sopra messaggi d'amore.
Tanti modi diversi di affrontare la poesia. Ma tutti accomunati da quello che ci interessa di più, il fermarsi con stupore di fronte alle cose, tanto da doverne per forza parlare. Forse alcuni lo fanno in modo più ingenuo, meno ricercato, ma Esteban dice: chi siamo noi per giudicare o criticare questo stupore? Anzi, questo è proprio quanto vogliamo preservare.
Oltre alle poesie in questo numero troverete un doveroso ricordo di Alfonso Gatto, di cui ricorre quest'anno il centenario della nascita e chissà se qualcun'altro se ne ricorderà.
Infine il racconto dell'esperienza di una casa editrice tra le poche rimaste a proporre poesia, che ringraziamo per averci preso in considerazione.

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ESTEBAN N. 4
(estate 2009):
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L'editoriale:
Strabilianti viaggiatori! Quali nobili storie
leggiamo nei vostri occhi profondi come il mare!
Charles Baudelaire, Il viaggio

I viandanti vanno in cerca di ospitalità
Nei villaggi assolati
E nei bassi fondi dell'immensità
E si addormentano sopra i guanciali della terra
Juri Camisasca, Nomadi

Non invidiavo le automobili. Sapevo che in automobile si attraversa, ma non si conosce una terra.
“A piedi” avrei detto a
Pieretto, “vai veramente in campagna, prendi i sentieri e costeggi le vigne, vedi tutto.
C'è la stessa differenza che
guardare un'acqua e saltarci dentro.”
Cesare Pavese, La bella estate

Al ragazzo di mappe, di carte appassionato l’universo sembra vasto quanto è vasta la brama.
Ah, come è grande il mondo al lume di una lampada! Agli occhi del ricordo, come è piccolo il mondo!
dedica scritta dal padre di Jorge Luis Borges sulla copia
di Pêcheur d'Islande, di Pierre Loti, regalata al figlio

Il viaggio, viaggio come movimento interiore, spostamento dei
propri riferimenti visivi e culturali, come simbolo e metafora della vita e della ricerca inesausta dell'uomo, viaggi immobili e per questo ancora più profondi: se veramente vi interessa questa roba non leggete questo numero di Esteban. Potete trovare centinaia di libri sull'argomento, e questa non è una rivista culturale. Esteban è interessato solo alle storie, piccole o grandi che siano, e in questo numero aveva voglia di sentirsi raccontare esperienze di viaggio, voleva sentire odori, colori, emozioni, le fatiche e le scoperte. Viaggi in altri continenti o viaggi vicino a casa, quello che importa ad Esteban è la disponibilità ad incontrare e a farsi sorprendere, la disponibilità a varcare confini, quelli reali, ma anche quelli costruiti da noi in cui pensiamo di esserci messi al sicuro.
E ovviamente non basta partire per superare questi confini; nell'epoca del turismo di massa dove tutto è già pronto e confezionato per il consumo, abbiamo privilegiato altre forme di viaggio e altri modi di viaggiare. E già le citazioni che ha scelto ci avvertono delle preferenze di Esteban: i viaggiatori e i pellegrini piuttosto che i turisti, l'andare a piedi, dove ogni passo è una esperienza, l'avventura, anche nel senso semplice di essere aperti e disponibili a ciò che accade, piuttosto che il tutto compreso.
E così abbiamo amici che ci raccontano dell'Africa che hanno incontrato per seguire progetti di cooperazione. Ci sono le storie dei pellegrini che ancora percorrono i sentieri d'Europa e quelle di chi li accoglie, li ospita, tiene in ordine i sentieri per far sì che i loro passi possano continuare a cucire insieme i pezzi di questo vecchio continente.
E ci sono alcuni incontri a cui teniamo molto. C'è il filosofo Luciano Valle che ci insegna a riscoprire e a preservare la bellezza intorno a noi. C'è Maurizio Davolio, che ringraziamo di cuore, Presidente dell'Associazione Italiana Turismo Responsabile, che in un suo contributo ci racconta cosa è il turismo responsabile, come e da che esigenze è nato questo modo di viaggiare che non vuole partecipare al consumo e alla rapina di bellezze e ricchezze altrui. Consigliamo di visitare anche il sito dell'AITR a questo indirizzo: www.aitr.org
Poi, tra i tanti scrittori che si possono associare al viaggio, Domenico Della Monica ha scelto di parlarci di Joseph Conrad. Con lui ha fatto anche una intervista “impossibile”, da cui risulta  un ritratto duro e impietoso dello scrittore. Ci avrà detto tutta la verità? O forse tutta la verità l'ha messa, e chiede che la scopriamo, nei suoi libri, nelle sue storie di sconfitte, tradimenti, viltà, ma anche di coraggio e fedeltà fino all'estremo, spinti da un impulso a resistere e a combattere che non può comunque fermarsi?
E infine qualche racconto; ritornano le storie di Francesco Ratti e continuano gli appuntamenti con Anna Mara.
Come sempre, Esteban non vuole fare discorsi esaustivi, ma semplicemente suggerire spunti e suggestioni, e, visto che per molti inizia il periodo di ferie e viaggi, vi  aspetta al ritorno per riempire un prossimo numero con le vostre storie. L'importante è non partire mai senza un taccuino. È vero che le Moleskine nonsono più quelle di una volta, ma basta un semplice quaderno e poi non importa dove andate, anche a casa della nonna ci sono sempre cose nuove da scoprire. E dopo averle scoperte, raccontarle, perchè comunque alla fine resta solo quello che viene scritto o detto, che accetta di attraversare quest'altro confine del dover usare parole per uscire nel mondo e farsi esperienza.

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ESTEBAN N. 5 (autunno 2009): ^
L'editoriale:
Non raccontate mai niente a nessuno.
Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.”
(J.D. Salinger, Il giovane Holden)


"....e la sorella più piccola disse: "Per Allah, sorella mia, raccontaci una storia che ci faccia passare lietamente la nottata! " E Shahrazàd rispose: " Lo farò ben volentieri se me lo concederà questo re cortese. "Quando il re sentì queste parole, non gli dispiacque di ascoltare il racconto di Shahrazàd, anche perché quella notte si sentiva agitato e non aveva voglia di dormire. E Shahrazàd cominciò a raccontare...”
(da: Le mille e una notte)

...guardandomi intorno oggi sai cosa mi colpisce? Che quarant'anni fa Milano era più cupa, più sporca. Ma ad avere paura era solo chi aveva il grano. Le porte delle case restavano aperte. Gli operai che tiravano la lima alla Marelli lasciavano i ragazzini alla vicina o in cortile. Oggi chi ha il grano paura non ne ha più. La paura è dei disgraziati. Paura di essere scippati, violentati, accoltellati. E sai cosa trovo ancora più incredibile? Che a dire “al lupo, al lupo” però sono rimasti sempre quelli che hanno il grano. Oggi uno che fa una rapina prende quindici anni. Chi manda sul lastrico qualche decina di migliaia di famiglie succhiando i loro risparmi, va bene se fa un mese ai domiciliari. Il senso della comunità è andato a farsi fottere. E se non c'è comunità, non c'è mito. Guardia o ladro che tu sia.”
(da un intervista di Renato Vallanzasca)

Tranquilli, non è che Esteban consideri Renato Vallanzasca tra i suoi maestri; semplicemente, leggendo questa recente intervista sono saltate fuori alcune considerazioni interessanti e non estranee al contenuto di questo numero della rivista. Come dire che non occorre essere grandi studiosi o eminenti sociologi per intuire alcuni dei punti deboli della realtà che viviamo. Aspetti che spuntano qua e la anche in quello che verrà raccontato nelle pagine che seguono: il senso della comunità che scompare, così come le relazioni materiali su cui questa si basava, e scomparendo lascia il posto all'interesse immediato e anche alla chiusura verso ciò che è diverso, alla mancanza di curiosità e di desiderio di confrontarsi col mondo. A una cultura della solidarietà sostituisce una cultura della paura, che cerca di tranquillizzarsi costruendo sempre nuovi muri. Ma Esteban è ottimista, sa che questo è il mondo come vogliono farci credere che sia, ma la realtà è sempre molto più variegata, e se si costruiscono nuovi muri c'è sempre la possibilità di abbatterli come quello famoso buttato giù proprio vent'anni fa. Ad ogni modo neppure Esteban è uno studioso o un sociologo, per cui forse non sa capire bene tutti i meccanismi e spiegare cosa c'è proprio in fondo che non funzioni. È per questo che sulle pagine della sua rivista vuole incontrare sempre nuovi amici che abbiano voglia di raccontare di sé e del mondo che li circonda, per vedere se insieme tra tutti non si riesca a capirne di più. Così questo nuovo numero, come quello dell'inverno scorso, raccoglie i racconti che gli amici di Esteban gli hanno inviato. Del resto questa idea del raccontare è proprio nello spirito di questa rivista, nei motivi che l'hanno fatta nascere. E questa è sempre stata l'idea di cultura di Esteban, che non parte da teorie da difendere o dimostrare, ma dal bisogno di incontrare persone che avessero voglia di parlarsi e di ascoltarsi, di vincere l'isolamento in cui spesso ci troviamo e di provare a costruire percorsi che diano un senso alla realtà che stiamo vivendo. Perchè raccontare, come ci insegna Shahrazàd, è un modo per salvarsi la vita. Ma soprattutto in questo numero Esteban è veramente felice di salutare tanti amici nuovi che lo hanno raggiunto su queste pagine: Sara Capittini, Armando Giacomone, Loredana Longo, Francesca Protti, Diego Vallati. Poi due poeti mortaresi, Anna Crotti e Danut Gradinaru. Oltre ai loro scritti è dato ampio spazio alla rubrica “C'è vita nel Villaggio” per raccontare delle ultime iniziative dell'Associazione. E poi, tra le altre cose, troverete anche qualche racconto “giallo”, tanto per ricordare che questa definizione tutta italiana della letteratura poliziesca quest'anno compie 80 anni, ma anche per un omaggio ad un genere letterario che ha dimostrato di non essere semplice evasione, ma che può rivelarci molto di noi stessi. Ed ora un annuncio importante: Esteban invita tutti a partecipare alla sua nuova ed appassionante iniziativa:

MUSEI DOMESTICI

Esteban vi propone di illustrare i prossimi numeri della rivista con immagini delle vostre pinacoteche casalinghe; mandateci foto dei quadri, delle fotografie o dei poster, della vostra collezione di farfalle o di stampe cinesi, insomma quello che avete appeso ai vostri muri o posato sulle vostre mensole. Quello che guardate ogni volta che entrate in casa. Tutti nelle nostre case cerchiamo di mettere qualcosa di bello, ma bello non soltanto per motivi estetici, bello perchè a noi dice qualcosa, racconta, ha un significato. Ad Esteban non interessa che siano opere d'arte; interessa soltanto che per voi significhino qualcosa, per cui oltre alla foto sarebbero gradite anche due righe, tanto per per renderci partecipi. Aspettiamo le vostre immagini ai soliti recapiti che vedete più sopra. Iniziamo con una scelta di opere appartenenti alla pinacoteca domestica del nostro Lino Maia. La sua collezione è dedicata principalmente a due filoni pittorici che egli considera immeritatamente sottovalutati : i quadri da pizzeria e i naifs di talento (definizioni sue). In queste opere c’è tanto lavoro e sovente una grande passione, dice Lino, e meritano almeno altrettanto rispetto. Nelle illustrazioni lavori di PariSun, L. Leone, Angelo Marangon, più numerosi anonimi (in buona parte cinesi) e diversi illeggibili. La nostra copertina riproduce invece un’opera di un artista mortarese tanto grande quanto modesto e schivo, Michele Protti, che ringraziamo di tutto cuore.


sfoglia Esteban n. 5:
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ESTEBAN N. 6 (inverno 2009): ^

L'editoriale:

Esperti e profani, professionisti e dilettanti, 
cultori della verità e mentitori, 
sono tutti invitati a partecipare alla contesa
e a dare il loro contributo all'arricchimento
della nostra cultura.
(Paul K. Feyerabend, Contro il metodo)

Il problema che mi si presenta qui
è essere eloquente eppur sincero,
lasciarmi scoprire e non fare il ciarlatano
con affermazioni gonfiate
....
scrivi qui di seguito: sapeva cosa voleva -
mai conoscenza più maligna perseguita
l'uomo di quando sa illustrare chiaramente
proprio ciò che sta cercando.
(Patrick Kavanagh, Entrino i revisori)

Don't know what I want
but I know how to get it
(Sex Pistols, Anarchy in the U.K.)

I lettori più attenti si sono accorti: la cadenza trimestrale con cui Esteban aveva promesso di presentarsi, ha subito qualche rallentamento, per cui in pratica il numero autunnale è uscito proprio alla scadenza astronomica della stagione.
È necessario rimediare per non turbare questo ritmo naturale che Esteban si è imposto, per cui ecco a breve distanza il numero invernale. Un numero un po' più breve, così non vi stancate troppo e arrivate in forma ad un altro appuntamento ciclico: il secondo compleanno di Esteban, che si è presentato con il suo numero “0” nella primavera7estate del 2008. Una ricorrenza che comunque Esteban non celebrerà, né tanto meno farà bilanci della sua breve eppur intensa esistenza.
Però alcune considerazioni su dove è arrivato si possono fare. Perchè Esteban non è nato con un progetto preciso e definito, non era previsto cosa avrebbe dovuto fare da grande (ammesso che mai lo diventerà, grande). È nato solo da un desiderio, da un bisogno di comunicare e di offrire a tutti uno spazio per comunicare, per parlarsi e raccontare di sé o del mondo. È diventato così come è oggi, bello o brutto che sia, solo per le persone che sono state disponibili a partecipare a questa avventura e che hanno lasciato qualche segno di sé su queste pagine. Forse non è propriamente quello che si aveva in mente di fare quando la storia di Esteban è iniziata, ammesso si avesse in mente qualcosa o, ancora più improbabile, che tutti avessero in mente la stessa cosa; qualcuno aveva magari in mente qualche idea che non si è potuta ancora realizzare, ma tutti hanno comunque scoperto qualcosa che non si aspettavano in quello che si è presentato su queste pagine.
Esteban è ad ogni modo contento almeno di un paio di cose. Prima di tutto che quasi ad ogni numero si aggiunga qualche amico nuovo che accetta di far circolare tramite queste pagine le proprie riflessioni, le scoperte o le proprie esperienze, che sia in forma di poesia, racconto, saggio, disegno, fotografia, recensione o commento sulle cose che lo hanno colpito. In più, cosa che aggiunge ancora più piacere, chi lo fa una volta in genere ci ricasca e continua anche nei numeri successivi, segno che evidentemente trova qui un luogo accogliente.
Secondo cosa è che Esteban ha costretto tutti noi, anche quelli che non ci pensavano proprio, a mettere per iscritto le cose che si desiderava dire; è questo è un lavoro fantastico, perchè obbliga a sistemare le proprie riflessioni, a pensare bene al significato di ogni singola parola che si intende usare e magari alla fine scoprire che quello che si pensa non è poi così intelligente. Per noi questa è una cosa importantissima, se no, in effetti, non avremmo cercato di dar vita ad una rivista, che privilegia la parola scritta come mezzo di comunicazione. E, la cosa essenziale, è che a questo esercizio sono invitati tutti: Esteban non ha mai voluto essere una vetrina per finti intellettuali o scrittori che si vogliono mettere in mostra, ma uno spazio per ognuno, sia per chi è più colto e vuole raccontarci le cose che lo appassionano, o per chi vede nella scrittura il proprio modo ideale di espressione, sia per chi più semplicemente, pur non avendolo mai fatto prima, vuole condividere le proprie scoperte e riflessioni. L'unica cosa che Esteban chiede ai suoi lettori e ai suoi scrittori è la curiosità, cosa che vediamo sempre più mancare intorno a noi, curiosità di incontrare cose nuove e di conoscere quello che hanno incontrato gli altri.

Adesso, ad esempio, Esteban è molto curioso di sapere come sarà tra un anno.


sfoglia Esteban n. 6:

ESTEBAN N. 7 (primavera 2010):
L'editoriale:

There is only one good thing about small town
there is only one good use for a small town
there is only one good thing about small town
you know that you want to get out

When you're growing up in a small town
you know you'll grow down in a small town
there is only one good use for a small town
You hate it and you'll know you have to leave
(L. Reed, J. Cage, Small Town da Songs for Drella)

 I tempi sono duri, ormai ce ne siamo accorti, e la crisi alla fine si è fatta sentire anche nel Villaggio. Per quanto qui si viva fuori da logiche di mercato, senza moneta, senza banche, senza leggi finanziarie, quando abbiamo contatti con il vostro mondo dobbiamo fare i conti con tutte queste cose e rassegnarci a tenere conto della rilevanza che da voi le transazioni economiche hanno su tutte le altre. Insomma, qualunque cosa venga in mente di fare servono i  soldi, e servono anche per questo giornale, e ne servono sempre di più. Per cui da questo numero Esteban si vede, suo malgrado, costretto ad alcune modifiche. Si sa che lui è affezionato alla carta stampata, ma bisogna forzatamente ridurne l'impatto per cui questo numero si presenterà nella versione stampata in formato ridotto e limitato al solo testo. L'edizione completa con le immagini e le ardite sperimentazioni grafiche che sono sempre state parte integrante della rivista, la si può trovare solo on line, sul nostro sito (www.ilvillaggiodiesteban.net) oppure cercate “esteban” su issuu.com. E, tra le altre cose, troverete anche lui. Per il futuro si vedrà. Intanto veniamo a questo numero.
Questa volta a Esteban ha sentito un certo bisogno di capire cosa significa fare cultura in provincia, nelle piccole città e paesi fuori dai centri deputati alla grande produzione culturale di cui si interessano i grandi mezzi di comunicazione. Un discorso che lo interessa particolarmente e lo riguarda da vicino; in qualche modo anche una occasione per Esteban per riflettere su di sé e sul suo lavoro e su quello che significa la parola cultura. Perchè, non si stanca di ripetere Esteban, cultura non è un qualcosa in più per gente che ha tempo per coltivarsi lo spirito o vuole fare lo snob, cultura è ovunque ci sia un essere umano, che, in quanto tale si pone delle domande, vede una realtà intorno a sé e cerca di capirla e, se possibile, migliorarla; cerca da sé di rispondere ai propri bisogni e di dare seguito ai propri desideri, e così si mette in moto, mette in moto la propria creatività
Comunque, come al solito ad Esteban non interessano tanto teorie ed analisi.  A lui interessano le storie e così, a partire da questo numero, ha deciso di andare un po' in giro a a cercarsi esperienze di persone ed associazioni che hanno fatto proprio quello che si è detto sopra, non si sono fermate al mugugno così diffuso anche dalle nostre parti, ma sono riuscite a dar vita anche a realtà importanti.
La scoperta è stata che in questi posti lontani dal centro esiste una produzione autonoma, che non si limita a copiare le modi culturali che qualcuno decide debbano essere dominanti, ma parte dalle proprie esigenze e trova propri spazi e modi di espressione originali. In questo numero hanno voluto raccontare ad Esteban la loro storia l'associazione Equilibri di Cuggiono, e l'Associazione Balla coi Cinghiali, promotrice di un festival musicale che si tiene in Val Bormida, in un paese di poco più di seicento abitanti, ma che, nonostante sia nato da pochi anni, si avvia a diventare uno dei più interessati appuntamenti dell'estate.
Esteban ringrazia entrambe di cuore.
Altre esperienze, più vicine a noi, ce le racconta in questo numero Francesca Protti.
Ovviamente non ci facciamo certo mancare in questa uscita i racconti di Domenico Della Monica e le intriganti avventure di Anna Mara.
Con questo numero si aggiunge agli amici di Esteban  Anxhela Tafa, giovanissima poetessa che ha voluto donare a lui e a tutti i lettori alcuni suoi lavori, e che, insieme a Danut Gradinaru, che con Esteban ha ormai un appuntamento fisso, rappresenta l'offerta poetica di questo numero. Esteban aspetta da lei altre poesie. E ovviamente anche dagli altri lettori, a cui chiediamo anche, magari come compito delle vacanze, di aiutarci a proseguire il discorso iniziato in questo numero su cultura e provincia. Buona lettura.

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