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Mi chiama, per ricordarmelo, sul cellulare qualche giorno prima. E’ il mio amico Giovanni. Sa che ho problemi per il trasporto della bicicletta: ho un auto piccola e non ci starebbe nel bagagliaio, né ho il porta bici esterno. “Già, me ne stavo dimenticando”, gli rispondo grato. E’ giovedì, per domenica c’è da trovare una soluzione. Si offre di venire a prendermela per sabato con la sua auto e poi di portarsela a casa, a Valle, e il giorno dopo a Mortara. La domenica mattina qualcuno del gruppo dotato di porta bici, me la porterà fino a Vigevano, da cui partiremo. Poi trova una soluzione diversa (è impareggiabile a trovarne). Telefona a Luigi, che abita a Mortara: dal momento che scenderà in canoa, la mountain bike non gli serve. E la sua bici, che però userò io, può trovare posto sulla sua auto, tra le due canoe.

Così domenica mattina, 27 agosto, ci si raccorda a Mortara  per incontrarsi con gli altri su Ticino a Vigevano, in modo da partire tutti insieme alle 9,30 (utopia possibile) alla volta di Pavia.

Per questa giornata le articolazioni lomelline di Legambiente e WWF hanno organizzato una discesa in canoa e contemporanea “biciclettata”, entrambe aperte a tutti, da Vigevano al capoluogo della provincia, già Ticinum in epoca romana e poi capitale con quello stesso toponimo del regno longobardo. In effetti ha più di un senso avere scelto Pavia come destinazione, per dare voce al Ticino e al suo parco.

E’ una giornata limpida, dopo il temporale  di sabato notte. Solo qualche iniziale fola di foschia, che sembra minacciosa, ma poi si disperde al sole del mattino inoltrato.

Per qualche imprevisto l’utopia possibile si allontana (ciò che è caratteristico, del resto, dell’utopia), così si parte da Vigevano che sono le 10 passate.

Quindici in bici e tre in canoa, uomini e donne, più o meno giovani, certamente tutti giovani nello spirito, fresco come l’aria che ci circonda a Ticino. Prima di partire, foto di gruppo di tutti i partecipanti e anche di coloro che ci faranno da supporter, con davanti gli striscioni di WWF e Legambiente.

Due canoe sono di Luigi, la terza è del Centro canoisti di Vigevano. La donna del terzetto, che la utilizza essendone socia, è un’amica briosa e una capace vogatrice, per giunta attraente nel suo bikini rosso scarlatto. Delle biciclette non so, ho già avuto problemi a seguire il mio caso e mi guardo bene dal chiedere.

 

I sentieri si snodano tra fronde e slarghi di sole. C’è chi, come Graziella, arranca, sulla sua vecchia ma fida bici senza cambio, là dove c’è un piccolo dosso o la ghiaia che morde le ruote: è fantastico guardarla incurante della fatica entusiasmarsi per la bellezza arruffata del parco.

La sera prima ha fatto temporale e se ne vedono i segni. Ci sono persino piante cadute e frequenti pozzanghere occupano il sentiero: dove c’è spazio sufficiente tra l’una e l’altra si può prendere la rincorsa e poi sollevare i  piedi, altrimenti si entra pedalando piano ma con sufficiente vigore per mantenere velocità sufficiente a non fermarcisi in mezzo. Sono due scuole di pensiero, come dire “platonici” e “aristotelici”.

Ci si viene a conoscere, affiancandosi nel percorso, almeno un po’. Così mi sovviene quella bella signora accompagnata dal marito, che è stata operata recentemente di un tumore al seno. Ha due occhi che ti si affondano nell’anima, di un azzurro quasi blu. Ora si sente bene, abbastanza da non voler rinunciare a momenti come questo, alla possibilità di conoscere gente nuova con cui comunicare, a provare il piacere del contatto diretto con la natura, che di comunicazione dopo tutto si tratta. “Il marito ha proprio avuto paura di perderla. Prima non l’accompagnava mai”, mi dice una sua amica, non meno interessante e che sprizza una solida vitalità, direi terrestre e verde come la natura che ci circonda. Suo marito, invece, è più avvezzo ad accompagnarla, anche se prende velocità perché ha in animo di arrivare a Pavia per tempo per vedere la partenza della Formula 1, nel televisore del bar deputato al rendez vous.

Sto bene, penso, e sono contento di essere qui. Le gambe sentono un po’ di fatica e snocciolo chilometri come un rosario che dedico al mio corpo, alla forza che lo abita. Mi viene in mente Walt Whitman e il suo amore sensuale, ma non morboso, per la corporeità, i sensi in festa, la naturalità dell’essere vivente nella varietà delle sue manifestazioni. E San Francesco, che parlava agli uccelli.

…Un airone si alza in volo per ridiscendere non lontano.

E’ bello anche rimanersene in silenzio, essere come un albero che però si muove. Ascoltare. E così, tra una pedalata e l’altra, a volte mi distanzio dal gruppo per rimanere solo.

Tutti, di tanto in tanto, lo faremo. Evidentemente, penso, è un’esigenza condivisa, tanto più presente, forse, in persone che hanno cara la natura. Le presti attenzione, ti va di sentirla: quella fuori di te, ma di cui sei parte, come i canti degli uccelli, la brezza, il suono del fiume, semplici cose ma foriere di “risvegli”, come già fu per il protagonista del “Siddharta” di Hermann Hesse; e la natura che sei tu stesso, il tuo respiro, il pulsare del tuo cuore… Tutto è unito, è solo l’illusione, maya per gli induisti, che non ti fa cogliere l’interconnessione del Tutto. “Tu sei quello”, Tat Twam Asi, recita, infatti, un antichissimo mantram.

Luca, il figlio tredicenne di amici, si scapicolla sulla sua bici tra la punta e le retrovie. E’ arguto e simpatico. E’ il più giovane della combriccola e a volte lo chiamo per incitarlo, proprio perché non ne ha bisogno. E’ il mio piccolo vizio dei paradossi, lo so.

Dopo poco più di una ventina di chilometri, arriviamo a Bereguardo, dopo aver preso misura della strada che ancora ci rimane giusto mezz’ora prima, in uno dei cartelli riparati da un tettuccio in legno, che si trovano sparsi lungo il sentiero del parco.

E’ quasi mezzogiorno e abbiamo fame e sete.

C’è un bar, vicino al ponte di barche, e lo prendiamo d’assalto. Lì ritroviamo anche gli amici che ci seguono con macchine e furgoncini per poi riportarci indietro da Pavia, noi e  le biciclette.

Intorno alle 13,00 arrivano anche i canoisti. Giovanni, di cui ho fatto cenno all’inizio, uno dei promotori dell’iniziativa, tra i responsabili di Legambiente per la Lomellina, col suo fare rilassato e lo sguardo furbetto di chi crede (sottolineo crede) di saperne sempre una più del diavolo; creativo nel fare non meno che nel pensare, ha il vezzo di guardarti da sopra gli occhiali con aria ironica e canzonatoria: grande persona e personaggio, sa  rigirartela per cogliere il lato dritto anche nella situazione più storta, tanto più se quest’ultima frutto di una sua pensata.

Luigi, una specie di folletto dei boschi, che conosco di meno ma abbastanza per apprezzarne simpatia e disponibilità. Amante dell’ecologia, non meno che di canoa e Ticino, è lui che ha fornito uno dei suoi kayak a Giovanni, e a me la fatidica bicicletta.

E, dulcis in fundo, Roberta. Donna piena di interessi, che spaziano ben al di là dell’ambito professionale, è una specie di  brezza, che spira dovunque ci sia qualcosa di nuovo da fare. Longilinea e scattante, la fisionomia ne suggerisce lo spirito “mercuriale”, di persona “in movimento” perenne.

Baci e abbracci suggellano l’incontro. Poco prima li incitavamo dal ponte, vedendoli spuntare da dietro un’ansa del fiume.

Dopo il loro arrivo, non senza avere scambiato commenti sul percorso fatto, li lasciamo a rifocillarsi e noi riprendiamo il sentiero nel parco. Il sole se ne sta stravaccato nel cielo con l’aria di voler rimanere sopra le nostre teste fino a Pavia. Siamo stati messi sull’avviso da chi quel tratto in bici l’ha già fatto, che sarà più esposto, meno consolato dalla frescura delle fronde. E così sarà, per oltre 20 Km. Ora siamo in sette, gli altri amici se ne sono tornati a Vigevano, anche per non dover ritornare in treno a un’ora forzata, e per la difficoltà, una volta giunti a Mortara  lungo la tratta Pavia-Vercelli, di ritornare a Vigevano, da cui i più sono giunti. E poi perché è più dura pedalare sotto il sole a picco di quest’ora.

Lascia, sebbene non del tutto convinta, anche la donna operata di recente, col marito faccia da duro che la guarda però con uno sguardo d’ovatta.

Se non fosse per Giuseppe, il papà di Luca, talvolta ci sarebbe da perdersi, perché il temporale della sera precedente, coi suoi giochi di pioggia di vento e di fulmini,  ha messo in rilievo sentieri fuorvianti, scompigliando il sentiero principale.

Un gamberetto rosso attira la nostra attenzione in un tratto in secca non lontano dal fiume.

Morto. Come ci sarà giunto lì e perché, ci chiediamo guardandolo. Un po’ come Hemingway, in uno de “I 49 racconti”, riguardo a una carcassa di leopardo, che si trovava a un’altitudine a suo avviso inconsueta.

Pedaliamo di buona lena, finché giungiamo a un punto del sentiero presidiato da un cancello. Pavia è ormai vicina. Il cancello sembra un controsenso, custodisce una proprietà privata dall’ingresso delle auto, ma è un inciampo sia per  i camminatori che per i ciclisti. E’ possibile aprirlo per consentire il passaggio di una persona per volta, ma che dovrebbe essere di una specie particolare, incrociata coi colibrì, dal momento che si apre solo nella parte mediana costringendo a uno scavalco prima di sé e poi della bicicletta, o viceversa,  operando contorsioni impreviste. La coralità dell’aiutarsi reciproco rende quasi bello quello che un attimo prima ci aveva fatto soltanto incazzare, con giudizi vetero sessantottini da parte di alcuni amici sulla proprietà privata come furto legalizzato (come sosteneva, a suo tempo, il grande Proudhon) e su certi assurdi privilegi che determina… Mi accorgo di stare invecchiando dal fatto di essere, ahimè, un po’ più problematico e sfumato nei giudizi, anche se quel cancello lì mi appare quantomeno assurdo, trovandoci in un parco accessibile a chiunque, seppure, ben inteso, non in automobile.

Quello che aveva in animo di arrivare per tempo a vedere, in televisione, la partenza della Formula 1 è un’assenza avvertibile ormai da un pezzo, in questo piccolo gruppo tra cui è rimasta la sua ‘metà’.

Lo ritroviamo a Pavia, bello soddisfatto di aver raggiunto il suo scopo, anzi i suoi due, quando ci arriviamo intorno alle 15,30. Appuntamento al bar galleggiante, un barcone ancorato non lontano dal ‘ponte coperto’ sul Ticino. Alla ricerca di refrigerio e per dissetarci a dovere, per prima cosa ci fiondiamo dentro l’ombra del bar. Io mi bevo due chinotti senza quasi prendere fiato. Gli amici supporter, dopo i saluti di benvenuto, se ne ritornano all’esterno, sul ponte del barcone, a vigilare se giungono i tre in canoa. Poco dopo li raggiungiamo, avendo la gradita sorpresa di vedere qualche ombrellone sparso intorno ad alcuni tavolini per gli avventori. Naturalmente faremo crocchio, stringendoci come sardine, intorno a quelli riparati dal sole.

Mi chiedo come facciano a starsene lì buoni buoni gli amanti della tintarella, stesi sugli sdrai schierati sul molo. Di cemento…

“Eccoli, sono loro, stanno arrivando”, grida Fabrizio, del WWF, un altro dei promotori dell’evento. “Forse”, da questa distanza mi dicono i miei occhi miopi. Dopo qualche minuto: “Sì, sono loro”, adesso li vedo anch’io. Embrasson nous generale, quando scendono a riva.

Luigi è ai limiti del colpo di sole, acceso come quel gambero rosso incontrato strada facendo, ma lui, grazie a Dio, vegeto e vispo come un ragazzino.  Carmen, la moglie, lo abbraccia lieve, preoccupata com’è della sua scottatura.

Giovanni appare disteso come se avesse fatto un bel niente, ma a tradirlo è il sudore, che gli gocciola profuso. Roberta, invece, cose così se le beve: almeno questo suggerisce il suo aspetto, fresco come quando l’ho vista un attimo prima di partire.

Foto di gruppo di tutti, come all’inizio, ma questa volta per un giornalista venuto lì apposta per l’evento. E’ buffo tutto questo clamore, penso. Cosa si è fatto, dopo tutto... Però è bello che iniziative così siano fatte conoscere, perché incentivano il piacere di stare più a contatto con la natura delle nostre terre. E acque.

Il Ticino è lì, sornione, a sopportare paziente i natanti a motore.

Ho come la sensazione che ci stia strizzando l’occhio. A noi che lo contempliamo prima di congedarcene.

Un pensiero, per finire, alla bella studentessa che studiava sul barcone sotto l’ombrellone, incurante del baccano che facevamo, del che le avevo chiesto scusa.

Ma lei, sorridendomi, mi risponde che va bene così, che tutto diventa parte del suono del fiume, che le piace di sentire sullo sfondo. Un Aum, un mantram, un’unica nota che tutte le abbraccia.

L’unica dissonanza, le barche a motore, che sfrecciano eccessive per il breve lasso di tempo in cui ci siamo fermati.

Le auguro “In bocca al lupo” per il suo esame di giornalismo.

 

 

Daniele Camana